Il nome Mamuthone è un enigma. I pareri sono diversi ed esistono varie ipotesi: c’è chi lo collega semplicemente al nome stesso del paese, in origine una fontana, chi ad altri riferimenti toponomastici, chi risale ad altre civiltà e antichi riti, altri ancora richiamano i nomi degli spaventapasseri, degli idoli bacchici ed esseri spaventevoli della leggenda popolare comuni in tutta la Sardegna.

La maschera facciale del mamuthone (visera) è nera e di legno

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Secondo un’ipotesi sarebbe da ricollegare ad un antico culto delle acque e nel nostro caso in particolare alla impetrazione della pioggia, il nome risulta composto dalle radici mam e muth più il suffisso ones. La prima significherebbe “acqua”, la seconda, dal greco muthéomai, sta per “chiamare” ed il gruppo ones corrispondente al suffisso indoeuropeo on ed al suffisso etnico basco on, nonché al greco óntes (oi ontes Polyb. = i vivi) da eimí = essere, ha il chiaro e noto valore di “uomini” per cui i Mamuthones sarebbero gli “uomini invocanti la pioggia”. Un’altra ipotesi ancora fa derivare il nome da maimatto, ossia il tempestoso, colui che s’infuria (nel senso che fa infuriare la tempesta), un epiteto dato allo Zeus Pluviale divinità sotterranea identificata con Dioniso, che ogni anno moriva, per rinascere a primavera con la vegetazione dei campi, nel ciclo annuale dell’eterno ritorno.

Vista dei campanacci

Si è parlato finora di carnevalata, ma quella dei Mamuthones e Issohadores  è una cerimonia solenne, ordinata come una processione che è allo stesso tempo una danza; «una processione danzata» come l’ha definita l’etnologo Raffaello Marchi che per primo, negli anni ’40, ha osservato molto da vicino questa manifestazione.   Il gruppo è composto tradizionalmente da 12 Mamuthones e  8  Issohadores  e vanno avanti disposti in quest’ordine:

L’ordinamento sembrerebbe del tutto militaresco, specie per la funzione di avanguardia, di retroguardia, di fiancheggiamento e protezione mobile che hanno gli Issohadores, ma la parataper quanto battagliera possa essere, non è certamente la miniatura di un esercito sardo.

La processione si muove lentamente, in modo non uniforme perché diverso, ma non discordante è il passo dei Mamuthones e quello degli Issohadores. Mamuthones, disposti su due file parallele, procedono a piccoli passi cadenzati, quasi dei saltelli,  come se avessero catene ai piedi,  appesantiti dai campanacci, dalle vesti di lana grezza, dalla visera.  Ad intervalli uguali danno tutti dei colpi di spalla ruotando il corpo una volta verso destra e un’altra verso sinistra; a questo movimento in due tempi, eseguito in perfetta sincronia, corrisponde un unico squillo dei campanacci; ogni tanto tutti insieme fanno tre rapidi salti su se stessi, seguiti da tre squilli più alti di tutta la sonagliera.

Gli Issohadores si muovono con passi più agili e sciolti, ma sempre misurati ed accordati, per quanto possibile, con l’andare faticoso dei loro cupi  compagni; poi d’improvviso si slanciano, gettano  sa soha (il laccio)  fulmineamente  e quasi senza rompere la compostezza dei loro atteggiamenti  colgono, legano e tirano a sé come un prigioniero l’amico o la donna che hanno scelto nella folla.  Mentre compiono questo esercizio essi possono scambiare qualche parola con la gente  che li circonda, al contrario dei Mamuthones che restano muti per tutto il percorso della processione, come gli iniziati di alcuni misteri pagani. (Marchi).  Specialmente se sono uditi a distanza, per le vie di Mamoiada mentre avanzano gradualmente dal silenzio, gli squilli alti e leggeri dei sonagli, quelli gravi e cupi dei campanacci e i colpi faticosamente cadenzati dei passi creano nello spazio una sonorità amplissima e solenne, piena di oscuri significati.  In questo clima di mistero avanza la processione, austera e tragica, con i Mamuthonesneri e oppressi come schiavi in catene e gli Issohadores slanciati e colorati.

fonte – https://www.luigiladu.it/mamoiada/mamuthones.htm

Maschera dall’aspetto cupo e tragico, indossa:

  • “sa visera”, una maschera nera di legno con carattere antropomorfo;
  • “su muncadore”, un fazzoletto in tibet (tipicamente utilizzato dalle donne locali) che ha la funzione di coprire il capo e viene legato attorno al viso;
  •  “su bonette”, il berretto;
  • “sas peddes”, o “mastruca”, che ricoprono il busto e sono costituite da pelli di pecora (rigorosamente nera);
  • “sos usinzos”, tipici scarponi in cuoio:
  • “sa carriga”, insieme di campanacci,tenuti insieme da cinghie di pelle, collocati sul dorso e dal peso rilevante (circa 25 kg):
  • “su belludu”, completo in velluto, nero o marron.

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  • fonte: https://prolocomamoiada.it/mamuthoneseissohadores/

 

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